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Mucopolisaccaridosi tipo II (MPS II) o Sindrome di Hunter

Malattie delle ghiandole endocrine, della nutrizione , del metabolismo e disturbi immunitari
Sinonimi: Deficit di iduronato 2-solfatasi; Malattia di Hunter

La mucopolisaccaridosi tipo II (MPS II) è una malattia da accumulo lisosomiale, che appartiene al gruppo delle mucopolisaccaridosi.
L’incidenza è compresa tra 1/72.000 e 1/132.000 nati maschi.
Quadro clinico
Il quadro clinico varia tra le forme gravi (le più frequenti), con una regressione precoce dello sviluppo psicomotorio, alle forme lievi.
Alla nascita i bambini sono normali e i sintomi compaiono progressivamente.
Nelle forme gravi i segni clinici comprendono le ernie, i dismorfismi facciali (macroglossia, bocca costantemente aperta, tratti del viso grossolani), l’epatosplenomegalia, la ridotta motilità articolare, la sindrome del tunnel carpale, la disostosi multipla, la bassa statura, i disturbi del comportamento e la regressione psicomotoria, che comporta ritardo mentale, sordità, problemi cardiaci e respiratori e segni cutanei (cute a buccia d’arancia sulle scapole e sulle cosce); di solito le cornee sono trasparenti.
Le forme intermedie sono caratterizzate da intelligenza normale, dismorfismi lievi, disostosi e buone attese di vita.
Causa
La MPS II è dovuta al deficit di iduronato-2-sulfatasi (IDS), che causa l’accumulo nei lisosomi di due specifici mucopolisaccaridi, il dermatan solfato (DS) e l’eparan solfato (HS).
Il gene-malattia è stato localizzato sul cromosoma Xq28 e sono state identificate circa 320 mutazioni.
Trasmissione
La MPS II è l’unica mucopolisaccaridosi a trasmissione recessiva legata all’X. Sebbene teoricamente solo i maschi siano affetti, sono state descritte circa 12 femmine affette: nella maggior parte dei casi, l’inattivazione non casuale dell’X comporta l’espressione preferenziale del cromosoma X mutato.
Diagnosi
La diagnosi si basa sul riscontro di alti livelli di DS e HS nelle urine e viene confermata dalla dimostrazione del deficit enzimatico nel siero, nei leucociti o nei fibroblasti.
Per escludere il deficit multiplo di sulfatasi (malattia di Austin, dovrebbe essere testata l’attività enzimatica di un’altra sulfatasi.
La diagnosi differenziale si pone anche con la MPS I nei maschi.
Nelle femmine a rischio di essere portatrici, il dosaggio dell’attività enzimatica non fornisce un risultato conclusivo, in quanto può essere presente inattivazione non casuale dell’X.
Pertanto è necessario eseguire il test genetico, nei casi in cui la mutazione sia identificata nel probando.
La diagnosi prenatale (eseguita misurando l’attività della IDS o ricercando la mutazione nel trofoblasto o negli amniociti) viene effettuata solo quando il feto è di sesso maschile.
Trattamento
In aggiunta al trattamento sintomatico, che richiede un approccio multidisciplinare, non viene consigliato il trapianto allogenico di midollo osseo, in quanto non previene il ritardo mentale.
Nel 2007, è stata rilasciata dall’UE l’autorizzazione di immissione in commercio della terapia enzimatica sostitutiva con infusione dell’enzima ricombinante (idursulfasi) in qualità di farmaco orfano finalizzato al trattamento a lungo termine dei pazienti.
Le sperimentazioni cliniche hanno mostrato un miglioramento della deambulazione e del quadro respiratorio e miglioramenti significativi a livello epatico, splenico e cardiaco.
Tuttavia, non sono stati descritti miglioramenti del quadro neurologico.
Nei pazienti con la forma più grave, le attese di vita sono molto ridotte, e di solito i pazienti muoiono prima dei 20 anni, per complicazioni cardio-respiratorie. Nelle forme intermedie, i pazienti sopravvivono in discrete condizioni fino all’età adulta e talvolta, nei pazienti colpiti in maniera molto meno grave, fino oltre i 60 anni.